Eco di Bergamo 30/07/2008
di Simone Pesce

Esposito, Simonelli, Poiani e Olmi ai Giochi in Cina dal 6 al 17 settembre
Clelia Rebussi, presidente della Phb: «Medaglie? Possiamo fare il pieno»

Quattro. Come i moschettieri di Dumas. Come Mario Esposito e Alberto Simonelli, arcieri, Maria Poiane, nuotatrice, Fabrizio Olmi, velista. Tre gioielli marchiati Phb, un diamante d'esportazione, Olmi, da Milano a Bergamo sulla via della vela, sulle acque di Lovere. Tre assi e un jolly. Sorridono orgogliosi, raccontano sogni nella sala Viterbi del Palazzo della Provincia, accanto al padrone di casa, Valerio Bottoni e all'amico di sempre, il presidente del comitato provinciale Luigi Galuzzi. Saranno loro i cuori bergamaschi a Pechino, sono loro a battere speranze. Dicono chiaro e tondo che alle Paralimpiadi di Pechino, dal 6 al 17 settembre, andranno per vincere, in barca, in vasca, al tiro. E in fondo, perché non dovrebbero farlo?
Per i magnifici quattro di casa nostra parla il curriculum e quello non racconta ciance. Prendi Mario Esposito, 47 anni, gli ultimi 20 con l'arco Olimpico al braccio. Lui è il capitano di lungo corso. Tre olimpiadi, una medaglia di «legno» e molti sospiri a Sydney, una manciata di titoli mondiali ed europei, bacheche che grondano tricolore. Prendi Alberto Simonelli, il re del Compound, che sta all'Olimpico come il calcio al calcetto (o viceversa), parenti serpenti. Due ori mondiali, tre Europei, il piacere impagabile di aver battuto i normodotati. Una spalla che fa i capricci, un aggettivo che gli illumina gli occhi. «Battistrada: per la prima volta il Compound è disciplina olimpica e io punto al bersaglio grosso». Dice grosso, dovrebbe dire distante, ma profuma d'oro ugualmente. E poi Maria Poiani, che ai Mondiali in Brasile ha vinto tutto e per ripetersi a Pechino (50 e 100 stile) ha deciso «di prendere un'aspettativa e allenarmi come una vera professionista», e Fabrizio Olmi, lo sprinter della vela. Dal primo giro in barca alla prima Olimpiade, Atene 2004, sono volati 4 anni; da Atene a Pechino ha veleggiato verso l'oro. Bergamo li guarda e si prepara a palpitare,

«Bergamo ha raddoppiato: a Pechino i nostri atleti avrebbero dovuto essere due (Poiani e Simonelli), ora sono quattro - sorride orgoglioso Bettoni -. Che dire? Già esserci è motivo d'orgoglio, se poi vorrete portare a casa qualcosa... ».
Qualcosa che tintinna metallo e che vale una scusa. Perché la mancata presenza dei paralimpici al rendez-vous in Provincia con gli altri atleti bergamaschi non è piaciuto a Galuzzi e ne ha solleticato l'orgoglio («Non siamo surrogati d'atleti, siamo atleti a tutti gli effetti: i nostri a Pechino hanno tutto per fare grandi cose»), perché i nostri quattro non sono scaramantici e all'edizione numero tredici delle Paralimpiadi chiedono qualcosa di giallo. «Dopo il quarto posto di Sydney questa spero sia la volta buona per il podio», dice Esposito. «Obiettivo? Medaglia», gli fa eco Simonelli. «Finale e medaglia», sorride la Poiani, «il sogno è il podio», chiude Olmi. Variazioni sul tema della gioia.
L'orgoglio bergamasco è invece tutto negli occhi di Clelia Rebussi, neopresidente della Phb, la fucina dei talenti. «Tre bergamaschi su quattro ai Giochi, è un fìlotto d'oro. Lo sport per disabili sta crescendo, ma in Italia siamo ancora misconosciuti. Chance di medaglie? Possiamo fare poker». Tre assi e un jolly. Il tavolo della felicità è pronto. E parla bergamasco.